Il protocollo”Calenda”

il Ministro Calenda ha da poco stilato un protocollo d’intesa con l’intento di porre un rimedio e una soluzione finale al gravoso problema della delocalizzazione che da sempre affligge il nostro martoriato settore; quello dei call-center.

Mette in evidenza la buona volontà del governo di agire in un settore in crisi e chiama in causa i committenti che non devono incidere sui più deboli per sistemare i bilanci” sono le prime dichiarazioni in merito di Vito Vitale Segretario generale Fistel Cisl, mentre Salvo Ugliarolo Segretario generale Uilcom commenta: “Un fatto più che interessante. Certo, bisogna capire chi e come risponderà. E scommettere sul senso di appartenenza delle aziende al territorio italiano”.

Nel leggere le prime dichiarazione dei due Segretari, si potrebbe prospettare l’arrivo della tanta e sospirata unica soluzione possible al problema in questione, ma purtroppo – ahinoi- non è cosi.

Il protocollo in questione, ha come colonna portante l’impegno delle aziende che eventualmente siano disponibili a sottoscriverlo, di effettuare l’80% del traffico chiamate in outsourcing -ossia quello che i committenti affidano alle varie aziende call-center- sia effettuato in Italia, così di fatto permettendo alle aziende -quelle perlopiù ancora a partecipazione statale- di avere un 20% del traffico restante da poter eventualmente dirottare all’estero.

Questo è il primo nodo, e il primo intoppo che Michele Azzola neo-Segretario generale CGIL di Roma e del Lazio, ha fatto notare e che Marco Del Cimmuto neo-Segretario Nazionale SLC\CGIL ha approfondito e rilanciato.

Non abbiamo ancora visto il testo, ma da quanto capiamo ci sembra un provvedimento inefficace, nonostante abbia il merito di riportare l’attenzione sul settore. Inefficace intanto perchè stabilire un tetto del 20% tetto che Michele Azzola ha dichiarato sia in discussione per arrivare fino a un massimo del 25% – alle delocalizzazioni, non significa solo riportare posti in patria, ma anche incentivare chi non l’ha ancora fatto ad andare all’estero, per un 20% appunto.” E aggiunge il Segretario, “Il Protocollo poi ignora altri interventi urgenti. Ne indichiamo quattro. Primo, superare le gare a minutaggio di conversazione – centesimi/minuto di conversazione – per passare alle gare a corpo – importo fisso a prescidere dalle chiamate – secondo, inserire l’obbligo di rispondere al cliente in un tempo limitato: un requisito che elimina dal mercato le imprese che si improvvisano call-center, senza averne l’organizzazione. Terzo, divieto assoluto di gare in subappalto. Quarto, ammortizzatori sociali ordinari per il settore e non da contrattare di anno in anno nella finanziaria. In conclusione, non vorremmo che il Protocollo risenta del contesto anche politico. Che sia cioè un provvedimento spot, dal carattere vincolante assai basso, affidato alla singola volontà dei commintenti e di chiaro stampo elettoralistico:”

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In questo lungo e articolato intervento, tutti noi possiamo capire bene quali siano le evidenti lacune di questo fantomatico Protocollo, che come ha dichiarato il Segretario Nazionale SLC\CGIL lascia la piena discrezione anche alle aziende che tutt’oggi non hanno ancora portato il lavoro all’estero, di essere autorizzati dallo Stato Italiano a portarne una parte via.

Allo stesso tempo, si precisa che non ci possiamo solo limitare a dare per legge delle precentuali e dei numeri sul lavoro che deve essere fatto in Italia e all’estero, ma si deve necessariamente dare un reale aiuto alle aziende che lavorano sul nostro territorio, per poterlo svolgere con continuità e rispettando le normative vigenti, in modo tale da dare il lavoro vero alle persone e sopratutto per evitare la nascita e la propragrazione dei cosidetti ” call-center sottoscala” dove le regole e i diritti non hanno mai varcato la soglia d’ingresso, come ha spesso denunciato e smascherato Andrea Lumino, Segretario SLC\CGIL di Taranto.

Come avete potuto leggere, la CGIL non si è solo limitata a esprimere i forti dubbi e le critiche insite in questo Protocollo, ma si è sopratutto preoccupata e impegnata a indicare quale sia il “vero Protocollo” da applicare e da perseguire, così da dare una volta per tutte la soluzione finale alle molteplici difficoltà del nostro settore, per dare a tutti noi la garanzia della continuità lavorativa in modo tale di staccare una volta per tutte, quella spiacevole etichetta di ETERNI PRECARI DI UN LAVORO PRECARIO.

Alleghiamo un interessante articolo di  Repubblica.

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